L’avvocato Domenico Bertoncelli realizza opere davvero originali
e dal significato profondo.
Ma non riesce a liberarsene: «Sono iperprotettivo e non lo faccio per soldi»
L’autore non brilla per presenzialismo. Se può scegliere preferisce, indubbiamente, non esserci. Anche se talvolta non può scegliere, come nel caso di questo articolo. Cosa voglia dire il suo lavoro nemmeno lui lo sa bene e comunque, al limite, ammesso che qualcosa voglia dire, loro (le opere) parlano per lui. Il nome, il volto e tutto il resto, per Domenico Bertoncelli, detto Gianni, in arte Diberto, avvocato civilista di 60 anni, è un inutile contorno. Anzi, noia. Ma nelle sue opere abbiamo trovato una tale potenza evocativa, esplosioni di colore a volte gioiose a volte drammatiche, che abbiamo imposto al legale-pittore di apparire, almeno una volta. Per far scoprire ai baresi quadri che a noi sono piaciuti tantissimo.
Come è nata la sua passione per la pittura?
Mi piace tutto ciò che è creativo, il realizzare qualcosa, ma l’idea di dipingere quadri come impegno costante nasce nel 2000, come divertimento. Poi l’impegno è divenuto man mano più costante.
Nei suoi quadri c’è anche l’idea del riciclo?
Più che di riciclo parlerei di una seconda chance. Ognuno di noi è qualcosa ma può diventare qualcos’altro. Si evolve, si cambia, per fortuna, guai se così non fosse. Ed è così anche per le cose. Mi piace l’idea di aver dato una nuova vita a scarpe, lampadine, scatole, cassette della frutta, giornali destinati al macero, libri.

Molti dei suoi quadri hanno significati profondi: l’immigrazione, l’amore, i problemi della vita…
L’idea dell’accoglienza, dell’ospitalità, per me è importante, non solo in chiave turistica ma proprio del confronto. Ma diciamo che mi intriga tutto ciò che si presta a diverse chiavi di lettura, che non è univoco, perché la vita non è univoca.
Le scarpe che compongono l’opera “In fondo al mare in fondo al cuore” sono un messaggio duro, quasi una denuncia.
È un’idea sicuramente non originalissima, perché ricorda il mucchio di scarpe
di Auschwitz, ma riporta alla mente e al cuore l’idea di tante persone che non sono riuscite ad arrivare qui in Italia. Scarpe che il mare copre e nasconde, e così facendo pensiamo che nulla sia accaduto. Mi ha colpito la storia di quel ragazzino ritrovato con in tasca la pagella: quante speranze, quante cose, quanti sogni sono finiti in fondo al mare in tutti questi anni. Quelle scarpe ne sono il simbolo. E la scarpetta rossa, l’unica non fissata alla struttura del quadro, è un segno di speranza. Sta a dire: non finisce qui.

In alcuni suoi quadri c’è un omino. Cosa rappresenta?
Dipende dall’opera. In “I’m free” risponde alla voglia di mostrare una idea di libertà. Infatti siede sulla cornice, non all’interno del quadro, il che è in qualche modo simbolo di chi vuole andare oltre i confini.

Alcune opere sono bellissime pur nella loro apparente semplicità.
Nel concreto lavoro per sottrazione, mentalmente invece lavoro per arricchire, ma le cose più semplici sono sempre quelle che dicono di più.
Che cos’è l’arte contemporanea per lei?
Andy Wharol disse “non so cosa sia l’arte, so solo che un millimetro prima e un millimetro dopo è merda”. Io sostengo che se un oggetto fa riflettere è ben riuscito. Che piaccia o meno è un altro discorso. Probabilmente l’arte contemporanea è meno impatto estetico e più comunicazione.
Che quotazioni hanno i suoi quadri?
Non ho mai venduto i miei quadri, sono iperprotettivo.
Ma allora perché li fa, non vorrà mica tenerseli tutti per sè?
Probabilmente un giorno inizierò a venderli. “In un mare di guai”, per esempio, non lo vendo perché mi rappresenta particolarmente. L’ho fatto in un momento della mia vita in cui mi sentivo in difficoltà e guardare quel quadro mi rasserena, la barca che vede al suo interno infatti è dritta: in un mare mosso mantiene la sua rotta.

Sia sincero, non li vende perché vuol fare aumentare il prezzo?
No, davvero, perché non ho quell’attitudine. Ma in effetti a volte mi chiedo: ha un senso scrivere un libro e tenerselo per se?










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