Dai Coffe Shop Vergnao alla Locanda di Federico, dal Mood al Chinè: è la persona che ha aperto più attività ristorative in città.
E ora punta sul turismo. Senza mai mettere da parte l’amore per i biancorossi.
FORSE NON C’È BARESE CHE CONOSCA MEGLIO DI LUI IL MONDO DELLA RISTORAZIONE, DEI LOCALI E DELLA MOVIDA CITTADINA.
Franco Spagnuolo, 57 anni, dottore in economia e commercio, Ceo e Founder della Sfg Srl (nata in continuità della & Partners Srl) holding di partecipazione operante nel settore della ristorazione da metà degli anni 90, con 11 attività operanti sul territorio di Bari ed uno a Grottaglie. Un gruppo che, nel suo insieme, occupa oltre 210 dipendenti e che ha chiuso il 2023 con un fatturato aggregato di circa 7,5 milioni. La Sfg Srl detiene quote totalitarie e/o di riferimento
in attività ben note nella città Bari, come la Locanda di Federico, In Alto, La Biglietteria, i due Coffe Shop Vergnano di Corso Cavour e Via Sparano, i pub Hop Steam e Tnt, il Mood, la pizzeria Chine Mood, la gastro-salumeria Pop, e Piazza del Congo a Grottaglie.
Ma attraverso le iniziative “partorite” da Franco Spagnuolo, che da sempre è affiancato dal fratello Gianluca, si può partire con un “viaggio nel memoria del tempo libero” barese iniziato con il Castelmanine (noto come il pub australiano) per continuare con le aperture del 1994 del Charles Well’s e del Joy’s
Shop (tutt’oggi aperto anche se con diversa proprietà).
Come si definirebbe?
Non so mai rispondere a questa domanda. Nasco come dottore commercialista, anche se già durante l’Università avevo un’agenzia pubblicitaria che si occupava del mondo notturno di Bari e provincia attraverso le testata FreeTime, poi la laurea in Economia e Commercio ha determinato un passaggio dal lavoro con le discoteche a quello con i pub, che in quel periodo di fine anni ’80 inizio anni ’90 avevano un grande exploit. Così diventai consulente di quel mondo che già seguivo per il marketing e la comunicazione.

Fino a passare dall’altra parte della barricata…
Un giorno, nel lontano 1993, incontrai Pasquale Cippone, con il quale è poi
nata una amicizia fraterna, nelle vesti di comproprietario del Castlemine, il pub australiano di Bari. Iniziai a seguirlo come consulente e un anno dopo entrai in società con lui nel locale, e da quel momento iniziai ad aprirne altri: ogni volta che pensavo di aprirne uno nasceva l’opportunità di aprirne un altro.
Una lista lunghissima.
Già. Prima il Charles Wells in piazza Sant’Antonio il 17 febbraio del 1994 ed a distanza di un solo mese il Joy’s Shop, un Irish Pub in corso Sonnino. Poco dopo, 98- 99, con mio fratello Gianluca, il Soccer Pub a Poggiofranco, che nasce dalla passione del calcio e del Bari. Fu il primo che al suo interno trasmetteva le partite di calcio. Nel 2000 aprimmo la Locanda di Federico, quando piazza Mercantile era ancora un grande parcheggio con le famose chianche nere. C’erano solo un paio di locali. Pochi mesi dopo aprimmo La Bitta, in via Re Manfredi, piccola birreria con una barca di pescatori appesa al soffitto. Nel 2002 fu la volta del Vinè, in strada Palazzo di Città, per poi spostarci su corso Vittorio Emanuele, con il Darma e la pizzeria Biancofarina. Poi la Taverna del Maltese per qualche anno, il Dublin House (oggi Steam) e la pizzeria Bocconi a Poggiofranco. E ancora, accanto allo Steam, il Tnt, l’Hop, In Alto, la Baresana (poi lasciata ai fratelli Angelo e Michele Barletta, che la conducono egregiamente), il Mood in via Mazzitelli (american bar che ha dato il via allo sviluppo delle attività di via Mazzitelli fino a farla diventare un vero e proprio polo della ristorazione a bari), la riapertura di Torre Quetta con il Mood Beach, la Biglietteria e il coffe-shop Vergnano di via Sparano.
Vi ha fermato solo il Covid?
In realtà nemmeno quello, visto che nel 2020, in piena pandemia, facemmo una scommessa molto ardita con noi stessi e lanciammo un segno di amore verso il settore della ristorazione e verso la città di Bari. A dicembre infatti aprimmo il Vergnano in corso Cavour e il Monkey Punch, un American bar in stile asiatico che non serviva cockatil tradizionali ma esotici.
Quali sono state le ultime aperture?
Nel 2022-23 abbiamo portato a Bari la pizzeria Chinè Mood, pizzeria d’eccellenza di Monopoli il cui socio e pizzaiolo Francesco Marasciulo è un personaggio pluripremiato. E in via Mazzitelli abbiamo lanciato Pop, salumeria con degustazione di prodotti di eccellenza italiani.
Quali sono le sue passioni?
I pub, il Bari e le Harley Davydson. Tre passioni che si intrecciano. L’idea di investire sui pub nasce da una chiacchierata in auto con Pasquale Cippone. Eravamo fermi in largo 2 Giugno e vedemmo un manifesto pubblicitario della Harley. Ci dicemmo: «Apriamo i pub e compriamo una Harley». Oggi ne abbiamo 3 a testa e giriamo l’Europa in moto.
Qual è il suo ruolo nei locali? Mette bocca su tutto?
No, il mio apporto è idearli, con mio fratello, per poi costruire la struttura iniziale. Gianluca li segue sul posto ed è il vero artefice dei successi di questi locali in quanto li segue in prima persona ed in presenza con immutata passione da oltre 25 anni, io invece li seguo da dietro le quinte, occupandomi di consulenza, strategia aziendale, formazione. Anche in Cippone & Di Bitetto, di cui mi onoro di farne parte sin dalla sua nascita nel 1999 avendo partecipato come consulente alla sua fusione e di cui oggi faccio parte del CDA, mi occupo di strategie aziendali. E in Ad Horeca, la scuola di formazione di Cippone & Di Bitetto, porto avanti i corsi sulla gestione manageriale dei locali.
Come è cambiato il mondo dei locali e della ristorazione in questi anni?
C’è stato un cambiamento fortemente positivo. Fino a pochi anni fa l’imprenditore della ristorazione lavorava “divertendosi”, pensava solo a riempire il locale ed incassare, senza badare alle altre voci del bilancio. Oggi c’è più responsabilità, maggiore attenzione ai break-even da raggiungere. Prima c’era più improvvisazione. C’erano pub che restavano chiusi cinque mesi l’anno. Non c’erano pianificazioni né strategie. Negli anni ’90 la durata media di un locale difficilmente superava i tre anni, oggi siamo oltre i 10, perché l’imprenditore oggi vede il locale come un’azienda, non più come un diversivo. Allo stesso tempo però molti si sono buttati in questo settore, che non tutto è rose e fiori, e devi esser molto attento ai costi perché, invece, sui prezzi puoi governare poco in quanto stretto fra i pressi di acquisto, decisi dai distributori di zona, ed i prezzi di vendita, decisi dal mercato. Siamo stretti in fasce di marginalità che si assottigliano e bisogna essere bravi a gestirle.
Cosa pensa dell’invasione del sushi e delle poke?
Sono completamente contrario e non aprirò mai un sushi. Oggi a Bari faccio fatica a trovare un ottimo riso patate e cozze, mentre invece ho fin troppa scelta di ristoranti sushi.
E questa è una critica agli imprenditori baresi, troppo avvezzi a cavalcare le mode e seguire le novità importate da altri. Faccio i miei complimenti ai ragazzi che hanno aperto il primo locale Poke a Bari. Ma oggi ce n’è uno ad ogni isolato e questo non mi sembra normale, per il solo fatto che non si tratta di un piatto caratteristico della nostra città. La cucina locale è quasi del tutto dispersa. Ecco, mi piacerebbe una rivalutazione della cucina tradizionale, che non è seconda a nessuno ed è quello che i turisti cercano.
Quali altri locali aprirà in futuro?
Oggi stiamo diversificando: apriremo a breve tre bed&breakfast in pieno centro.
Il suo Bari non se la passa bene. Verranno tempi migliori?
Seguo il Bari Calcio assiduamente ed “in prima fila” sin dalla fine degli anni ’70. Una passione che mi ha portato negli anni del liceo a coinvolgere e convogliare un elevato numero di studenti/tifosi in un gruppo chiamato 71 “Viking”. In anni più recenti ho creato una associazione, e la relativa rete composta da oltre 30 club in italia e nel mondo, con oltre 6000 iscritti, e sono alla presidenza del Centro Coordinamento Bari Club. Può immaginare quanto stia soffrendo…

Qual è il suo sogno?
Metter insieme un gruppo di imprenditori per acquisire la proprietà del Bari Calcio e diventarne, almeno per un giorno, presidente.
I suoi figli gestiranno i suoi locali?
Mio figlio Marco ha 24 anni, si è laureato in filosofia a Parigi e già insegna all’Università di Parigi 8. Scrive per riviste politiche e accademiche. Sono molto orgoglioso di lui e sono contento che abbia trovato la sua strada.










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