Baresi

GIUSEPPE GHIRO – L’INNAFFERRABILITÀ DELL’ANIMA

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Giuseppe Ghiro cover

Artista contemporaneo di pittura, nato a Bari nel piccolo borgo di Santo Spirito , vincitore di diversi premi nazionali, si ispira alla poetica di Modigliani e adesso sogna Parigi.

Intervista a cura di Viviana Guarini

È nato e vive a Santo Spirito, il piccolo borgo sul mare al nord di Bari, ha solo 29 anni, ed è già vincitore di diversi premi nazionali: Premio Pendio per vari anni, Premio Michele Cea (Mi) e Premio Massimo Rao (Benevento). Artista contemporaneo di pittura, inserito recentemente nel Catalogo d’arte contemporanea volume 60 edito da Mondadori che raccoglie i più interessanti profili artistici contemporanei, è protagonista di diverse iniziative espositive e tre mostre personali, esperienze che alterna a periodi di viaggio, tra cui spicca quello a Parigi, città in cui vive per otto mesi affinando tecniche e attitudini pittoriche e dove, adesso, sogna di tornare per far arrivare la sua arte in tutto il continente. 

Ha inaugurato la sua ultima mostra personale presso Spazio Microba in collaborazione con l’Associazione culturale Achrome a cura di Riccardo Pavone e Marialuisa Sorrentino, con testo critico di Nicola Zito.

Ho scelto di intervistare Giuseppe Ghiro perché sono rimasta profondamente colpita dalla sua audacia e dal suo autentico e smodato amore verso la passione che lo guida: la pittura. In un mondo e in un tempo storico in cui i più giovani vengono sempre più orientati verso ciò che è immediatamente monetizzabile e tangibile, Ghiro, il suo talento e la sua genuina ostinazione nel perseguire il suo sogno, sono un messaggio di speranza verso il culto dell’arte, che è ancora bellezza, vita, futuro.

A quanti anni ha cominciato a dipingere? Ricorda il suo primo dipinto in assoluto e le emozioni che le ha suscitato quell’atto creativo?

Sono sempre stato legato all’arte. Posso dire con certezza che il quadro che più mi ha emozionato è quello che ancora non ho realizzato. Quando avevo sei anni, andavo dal barbiere nel borgo barese in cui vivevo, a Santo Spirito, e nel salone c’era una riproduzione dell’opera di Renoir, La colazione dei canottieri a Bougival. Quel giorno ho deciso cosa avrei voluto essere da grande: vivere quelle atmosfere e quelle sensazioni che trasmettono quei quadri. Non sapevo, all’epoca, che erano le stesse emozioni che provava Renoir, nel voler vivere quei contesti, quei momenti, in particolare a Parigi. Ecco perché questa passione per Parigi è legata anche ai miei viaggi. Il mio primo quadro l’ho dipinto nel 2015, durante il mio periodo in Accademia. È stato un po’ come prendere la patente, guidare all’inizio conoscendo e rispettando i limiti di velocità e poi imparare nel tempo a superarli. Conoscere le regole per infrangerle come artista.

C’è un artista che ritiene essere un punto di riferimento importante per la sua pittura?

In realtà ci sono diversi artisti che considero miei punti di riferimento. Come disse Maurizio Cattelan, uno dei più grandi artisti contemporanei, ci sono tanti amici, tanti “maestri silenziosi” che ci accompagnano durante la nostra carriera, nei nostri inizi. Tra i miei maestri ci sono Renoir, Monet, Degas, Cézanne, ma quello che mi ha maggiormente influenzato, sia come uomo che come artista, è sicuramente stato Modigliani. È entrato nella mia vita in modo così naturale che non ricordo neanche quando, forse alle scuole medie. Mi ha subito ispirato l’idea del sognatore che, per dirla con le parole di Thomas Mann, in Tonio Kroger, “Camminava tra la folla come un principe in abiti borghesi”. La sua vita era il suo sogno, il suo sogno era la sua vita e la sua arte. C’era solo lui stesso, la sua arte e l’ambizione di diventare qualcuno. Probabilmente peccava anche lui di qualche insicurezza o di un leggero narcisismo, ma credo che fosse giusto così. Modigliani mi ha coinvolto in tutte le vicende artistiche della mia vita: la sua idea di non sottomettersi mai a nessuno e di dipingere secondo la propria poetica hanno guidato il mio percorso. Ho preso ispirazione da lui, in particolare nell’idea di dipingere ritratti in contesti cupi, che sono gli stessi in cui mi sono ritrovato. Ciò che apprezzo di più in Modigliani è che mi sono ritrovato in lui: non mi sono “scoperto”, mi sono “ritrovato”.

Cos’è per lei l’arte?

Questa è, forse, la domanda più difficile a cui rispondere. Non credo che ci sia una risposta univoca, perché ogni persona dà un significato all’arte in base ai suoi criteri e al proprio modo di vivere l’arte stessa. E poi, nonostante sia una cosa tangibile e concreta, è in realtà la cosa più irrazionale del mondo. Non so come definire l’arte, ma posso dire che, per me, potrebbe rappresentare il segno del mio passaggio su questa terra. Essere ricordato non solo dai miei figli, ma anche dai miei nipoti. Perché, in fondo, dopo un anno, ci dimenticano tutti. Potrei sembrare narcisista o insicuro nel dirlo, ma credo che sia una missione. L’arte mi accompagna sin da quando ero piccolo. In tanti momenti ho pensato di abbandonarla, ma è sempre tornata da me, come se ci fossero degli angeli custodi che si palesassero e la facessero alla fine tornare sempre a me.

Da dove parte e come prende vita una sua opera d’arte?

Non credo ci sia un vero e proprio rituale. A volte l’ispirazione arriva guardando una foto su internet, osservando una persona per strada o mentre passeggio in un parco. Altre volte, l’ispirazione mi viene ascoltando della musica, magari bevendo del vino mediocre o del whisky mediocre. Poi, naturalmente, il mio lavoro è più che altro mentale: parte tutto da una preparazione interiore, dal mio immaginario a cui poi segue la realizzazione concreta, che avviene in modo quasi immediato, in un lasso di tempo che di solito va dai quindici ai venti minuti.

Per lei il senso del suo lavoro è legato allo sguardo di chi osserva?

Non credo che il mio lavoro dipenda dallo sguardo dell’osservatore. Tendenzialmente è difficile trovare un fruitore che comprenda realmente l’animo espresso dall’artista. Mi è capitato poche volte di sentire una vera comprensione. Il lavoro lo faccio perché io voglio farlo, non è legato alla possibile comprensione da parte del pubblico. So che su dieci persone, probabilmente ce ne saranno due che riusciranno ad apprezzare il Giuseppe che si trova all’interno dell’opera, al di là della tecnica, come avviene la maggior parte delle volte. Mi è capitato, ad esempio, che qualcuno mi dicesse: “Non fai i volti perché non li sai fare”. Ecco, in quel caso, ad esempio, è assente anche la sola volontà di comprensione.

Giuseppe Ghiro

Come si diventa un artista?

Come si diventa un artista? Cercherò di essere il più vero possibile, dando una risposta che non sia né egocentrica né umile. In realtà non so come si diventa un artista. Credo però che sia una missione e credo che dipenda da una moltitudine di fattori: da come si vive la propria vita, le ragioni che ti spingono, quello che vedi e come lo vedi. Sicuramente la tecnica è importante, ma non credo che l’artista abbia tecnicamente un livello più alto rispetto all’essere semplicemente un pittore, così come esiste il cantante e l’artista. Tiziano Ferro, ad esempio, è un cantante, ma Pino Daniele e Lucio Battisti sono artisti. Non è una questione di bravura, ma di come la vita e le esperienze si mescolano tra loro, guidati da un’indole innata che dà poi vita all’essere artista.

Qual è il suo parere rispetto alle produzioni “artistiche” generate dall’Intelligenza Artificiale? Come e in che misura queste condizionano, secondo lei, il futuro dell’arte stessa?

Non credo che l’intelligenza artificiale possa davvero influenzare o condizionare l’arte. Se guardiamo la storia, quando sono nate la fotografia e il cinema, molti temevano che avrebbero messo in discussione l’arte tradizionale, ma alla fine sono state solo amiche invitate alla cena dell’arte. Penso che l’intelligenza artificiale possa essere utile per gli artisti come fonte di ispirazione, ma non credo che possa sostituire l’arte intesa come espressione umana. Le opere d’arte classiche, come la pittura e la scultura, non tramonteranno mai, perché siamo nati con questa bellezza e ci siamo abituati a essa e sarà sempre così. L’intelligenza artificiale potrà forse coesistere con l’arte, e sono espressioni artistiche che potranno forse aiutarsi vicendevolmente, ma non la sostituirà.

Giuseppe Ghiro

Nella sua ultima produzione artistica troviamo una serie di ritratti in cui vengono annullati i tratti somatici del viso. Questa scelta è più mirata a rappresentare ciò che in ciascuno di noi è inafferrabile e che, in quanto tale, ci rende unici, o è invece mirata a rappresentare ciò che ci accomuna agli altri nel nostro essere universali?

Credo che entrambe le interpretazioni siano valide. Inizialmente, mi sono ispirato alla poetica del mio Maestro, Modigliani, che riteneva che gli occhi fossero lo specchio dell’anima. Se non conosceva una persona, non poteva dipingere la sua anima, quindi i suoi occhi. Sono partito da questo concetto per la mia scelta stilistica ed estetica, per elaborare il mio pensiero che continuo a studiare e a sperimentare ancora oggi. Tuttavia, la mia scelta di annullare i tratti somatici ha anche un significato più profondo: rappresentare l’universalità dell’esperienza umana. Siamo tutti uguali, e quindi anche molto generici, come se fossimo fondamentalmente lo stesso soggetto; però, al nostro interno, siamo tutti inafferrabili. La scelta di rimuovere alcuni tratti e lasciare solo pochi tratti somatici vuole simboleggiare questa dualità: la nostra uguaglianza e la nostra diversità, e la nostra diversità nell’uguaglianza. Un’uguaglianza che ci ricorda che siamo tutti fratelli e sorelle, figli e figlie di questa terra e di questa eternità.

Giuseppe Ghiro cover

C’è un maestro, una persona che ha incontrato lungo la sua strada che l’ha incoraggiata, motivata, spinta a seguire il suo talento?

In realtà, penso di essere stato molto fortunato, sempre. Non credo che le cose accadano per caso. Mi è capitato che Maurizio Cattelan abbia attenzionato il mio lavoro, rispondendo ai miei messaggi e perdendo anche quei venti secondi della sua vita per rispondere a un artista che non conosceva. Poi, ho avuto il supporto di persone che ce l’hanno fatta nella vita, come cantanti, attori, stilisti e altre personalità, che hanno colto la mia passione e forse anche un talento, e che per questo hanno deciso di supportarmi. Tra queste persone, ad esempio, Laura Pausini, Kasia Smutniak, Pieraccioni, Bruno Barbieri e molti altri mi hanno supportato quando nessuno credeva in me.

La sua terra l’ha influenzata nella sua produzione artistica? Se sì, in che modo?

Credo che la terra in cui vivo abbia influenzato alcuni temi generali, ma in senso generico e di ispirazione e non in modo diretto. Ho sempre deciso di rappresentare magari delle strade, degli scorci o dei personaggi, comunque prendendone spunto senza mai definirli. Non ricordo di aver mai realizzato un’opera intitolata “Strade di Bari” o “Scorci di Polignano”. In effetti, se parliamo di luoghi specifici, il mio lavoro si ispira a ciò che vedo, ma più in senso universale che locale. Credo che un artista, in fondo, non sia mai figlio di una terra, ma resti sempre figlio del mondo, della gente che lo circonda, delle esperienze che vive, indipendentemente dal luogo in cui nasce, che sia New York, Parigi, Milano o Poggibonsi.

Quale consiglio si sentirebbe di dare ai giovanissimi che intravedono nell’arte il proprio talento e che, talvolta, si sentono scoraggiati in una società che premia sempre più la produzione immediata di ciò che ha velocemente un valore sul mercato, a discapito dei processi creativi che impongono un tempo più lento?

Non so se io sia la persona più adatta per dispensare consigli, ma sicuramente direi una cosa che è quella per me più importante di tutte e che mi ha insegnato Modigliani: “Il tuo unico dovere è salvare il tuo sogno”. Fino a quando puoi farlo hai la paura di farlo. Io continuo a farlo non perché ho coraggio, ma perché ho paura. È la paura che smuove le persone, e la paura mi smuove sempre e da sempre. Certo, la perseveranza è importante, va bene, ma la verità è che mi muove la paura, perché io ho trent’anni e ho paura. Sono certamente influenzato dalla società che mi circonda, che non permette di fare questo mestiere. Quindi, se posso dire una cosa ai giovani, è proprio questa: lavorate, lavorate tanto, diventate pazzi, uscite da questa razionalità che ci circonda. Non vergognatevi di dire che fate gli artisti, che fate i pittori, che vivete l’arte, che vivete nell’arte. Il duro lavoro e il sacrificio pagano sempre. Certo, può darsi che oggi compreranno un’altra opera, ma domani potrebbero comprare la tua.

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