La crisi dei quotidiani cartacei, le idee per fare un giornale completamente diverso, gli editori “impuri” e il ruolo di internet. Parla il nuovo direttore della storica testata barese. Che dopo gli ultimi tagli al personale sta pensando ad una interessante rivoluzione, stilistica e dei contenuti.

QUANDO MIMMO MAZZA INIZIÒ A SCRIVERE PER LA GAZZETTA DEL MEZZOGIORNO, nel 1991, in redazione c’erano 100 giornalisti e il quotidiano vendeva 100mila copie al giorno. Oggi Mazza ha 53 anni, è direttore dal settembre 1993, in redazione sono rimasti solo 29 giornalisti e i numeri delle copie vendute sono notevolmente diversi. Perché in quest’epoca, se un quotidiano pugliese raggiunge le 10mila copie vendute al giorno, è già un enorme successo. Mazza sta cercando di traghettare la Gazzetta verso un traguardo cui aspirano tutti i quotidiani: la sostenibilità aziendale. Un obiettivo che scongiurerebbe ulteriori ridimensionamenti del personale. Per arrivarci, bisogna ripensare il giornale cui i pugliesi erano abituati.
Direttore, come se la passa oggi la Gazzetta, dopo gli ultimi tagli e la chiusura di tutte le redazioni periferiche?
Con questa manovra contiamo di aver riportato i conti in ordine, che è una cosa importante per un’azienda che era fallita. Il costo del personale era molto alto, ora è tornato a livelli fisiologici, speriamo che basti.
Perché è stato deciso di sacrificare le redazioni locali? Non le pare un segnale di resa ai siti web di informazione locale che invece puntano proprio sulla copertura territoriale?
Perché i dati di diffusione era impietosi: come tutte le aziende dobbiamo fare i
conti con il mercato, e il nostro mercato è in calo per tutte le testate e in alcune città ci penalizzava anche a causa di una concorrenza che fa dumping sul prezzo di vendita ed esce in abbinata con alcune testate. Quanto ai siti web, il loro lavoro è ben diverso: pubblicano le veline delle forze dell’ordine copiate e incollate così come arrivano. Noi usciamo con 24 ore di ritardo con i particolari di un’operazione o di una vicenda. Se lavoriamo così, allora la carta stampata ha ancora un senso.
Che impronta sta cercando di dare al “suo” giornale?
Sogno un giornale con meno pezzi e più storie. La mia idea è quella di raccontare il territorio scegliendo cosa mettere in pagina. Insomma: non più un giornale omnibus ma solo alcune storie da raccontare, due pezzi a pagina. Sarà un cambiamento sia grafico che stilistico. Sul nostro sito ci sono già meno contenuti e siamo passati da 90mila visitatori al giorno a 250mila.
Quali sono state le tue testate di riferimento?
La prima Repubblica di Scalfari, poi dalla seconda metà degli anni ’90 il Corriere della Sera. Ho molto amato il Foglio fin quando c’è stato Giuliano Ferrara.
Un tempo c’era la concorrenza tra Quotidiano del Salento e Gazzetta del Mezzogiorno, oggi è guerra a tutto campo tra siti web, pagine social, quotidiani, tv locali: la torta si è ristretta enormemente. Come si emerge in un mercato così parcellizzato?
Devi assolutamente differenziarti, se sei omologato non vai più da nessuna parte e finisci per chiudere. È vero che il brand può ancora avere un peso importante ma non basta: ti devi differenziare e dare valore aggiunto a ciò che fai. Soprattutto oggi che gli scoop non esistono più: la n
otizia che diamo in questo momento viene ripresa dopo pochi minuti da tutte le testate, spesso senza nemmeno citare la fonte.
Ritiene si sia smarrita l’etica professionale?
Si è perso il rispetto e la lealtà verso i colleghi, un principio cardine della nostra professione. Una cosa che non mi piace. Ecco perché ho imposto “ai miei” di citare sempre la fonte, anche quando si tratta di testate concorrenti.
Si parla della morte dei quotidiani da almeno 24 anni. I quotidiani per fortuna ci sono ancora, anche se il loro stato di salute non è eccezionale. Gli editori devono guadagnare dalle loro altre attività imprenditoriali. È facile pensare che in queste condizioni i giornali siano solo uno strumento per fare lobby. È così?
Rispondo con una domanda: esistono ancora gli editori puri? C’è ancora qualcuno disposto a perdere un sacco di soldi in un giornale? Non credo. Fino al ’96 i principali quotidiani erano di proprietà delle fondazioni bancarie, con il divieto imposto quell’anno per legge, siamo passati in mano agli imprenditori, che ovviamente devono fare quadrare i conti e non sono dei benefattori. Non mi sconvolge il fatto che ci siano altri tipi di interessi, l’importante è che siano riconoscibili.
Ma se le copie vendute diminuiscono, cala anche la pubblicità. Come si fa allora a far quadrare i conti?
Puntiamo sulla raccolta pubblicitaria anche sul web, ma il mix della raccolta è ancora sbilanciato sulla carta, che continua a dare fatturati maggiori. Ci sarebbe anche il paywall, ma troppi giornali hanno abituato i lettori a leggere gratis tutto sui propri siti web e dunque il tentativo di far pagare qualcosa oggi non produce effetti. Purtroppo non so indicare altri mezzi di raccolta. Se lo sapessi sarei ricco.
Orari quasi da ufficio, copia incolla
di comunicati stampa, sempre meno inchieste: pensa che il lato romantico di questo lavoro sia andato un po’ perso?
Da vecchio cronista mi piace sempre l’idea di un giornalista che va a cercarsi le carte e le notizie. Vede, a 53 anni ho fatto per la prima volta l’esperienza di Sanremo, con l’ansia di chiudere il giornale alle 3 di notte, nella serata finale, per comunicare chi aveva vinto il festival. Il giorno dopo siamo stati tra i pochi quotidiani ad avere in prima pagina il nome della vincitrice. E i riscontri di copie vendute e visite sul sito sono stati importanti. Quello che intendo dire
è che bisogna sapersi mettere in gioco. Il giornalismo invece si è seduto in redazione. Io credo ancora in un giornalismo fatto in mezzo alla strada, con i cronisti che incontrano le persone.
Tutti questi cambiamenti hanno prodotto anche un altro risultato: è ormai quasi impossibile riuscire a trovare giornalisti: è una professione che non attrae più?
Vero, ormai è difficilissimo, anche perché l’idea di lavorare per cercare notizie è difficile da inculcare nei giovani. Il nostro mestiere è cambiato moltissimo.

Che sogni professionali si possono avere dopo essere diventati direttori di una testata storica come questa?
Di scrivere, lo faccio già adesso ogni volta che posso. Non penso di fare il direttore a lungo o a vita. Voglio stare nel mio habitat naturale, la strada.
Siamo alla vigilia di una sfida elettorale importante. In Puglia si vota a Bari e Lecce, poi toccherà alla Regione. Come la vede?
Quelle di Bari e Lecce sono partite fondamentali per entrambi gli schieramenti. È importantissima per il centrosinistra che governa tutte le città, ma è un test importante anche per il centrodestra che oggi governa a Roma ed ha bisogno di amministrare anche negli enti locali. La coincidenza con le Europee potrà regalare sorprese e differenze importanti tra voto politico e voto per le comunali. E sono certo che chi vincerà a Bari governerà anche la regione.










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